Freud, il costituirsi del soggetto nel disagio della civiltà

 

 

 


 

 

ParagrafoI

Il costituirsi del soggetto e il rapporto con l’oggetto esterno

 

 

Paragrafo II

Il disagio della civiltà

 

 

Paragrafo III

Il conscio e l’inconscio: le pulsioni e l’autoconservazione del soggetto

 

 

Paragrafo IV

La libido: Freud e Schopenhauer

 

 

 


 

 

 

Il costituirsi del soggetto e il rapporto con l’oggetto esterno
 
Il soggetto non è distaccato da sempre dalla realtà, infatti il lattante non distingue tra ciò che lui è individualmente e ciò che è il mondo. il senso del distacco è poi avvertito da adulto quando definisce se stesso e il mondo come oggetto al di fuori e fonte di dispiacere. Distingue infatti ciò che scaturisce dal suo io e quello che proviene dal mondo esterno. L’io quindi si distacca dal mondo esterno, anzi, includendo tutto da principio(quando è lattante) in seguito separa ciò che è diverso da lui. Il mondo quindi diventa per il soggetto un minaccioso al di fuori che vede come contenitore di tutti i suoi dispiaceri. Distaccandosene quindi si crea una sorta di protezione del suo io chiamato io- piacere, creandosi un suo mondo fatto di soli piaceri. La vita è troppo dolorosa per il soggetto il quale mira ad un unico appagamento : la felicità.
 
“Il lattante non distingue ancora il proprio io dal mondo esterno come fonte delle sensazioni che affluiscono in lui. Apprende a farlo gradualmente, in occasione di diverse sollecitazioni. Deve produrre in lui la massima impressione il fatto che alcune delle fonti di eccitamento […]possono trasmettergli sensazioni in qualsiasi momento, laddove altre gli si sottraggono.[…] In questo modo si contrappone per la prima volta all’Io un “oggetto”,come qualcosa che si trova “al di fuori”. Un ulteriore incentivo al distacco dell’Io dalla massa delle sensazioni, al riconoscimento di un “al di fuori”, di un mondo esterno , è fornito dalle abbondanti, molteplici, inevitabili sensazioni di dolore e dispiacere, che, nell’esercizio del proprio illimitato dominio, il “principio di piacere” ordina di neutralizzare e di evitare. Sorge la tendenza a separare dall’Io tutto ciò che può divenire fonte di simile dispiacere, a respingerlo all’esterno e a formare un puro Io-piacere, cui si contrappone un estraneo e minaccioso “al di fuori”. Le frontiere di questo primitivo Io-piacere non possono eludere la rettificazione derivante dall’esperienza. Parte di ciò cui non si vorrebbe rinunciare in quanto dispensa piacere è però non Io, ma oggetto ; e parte della pena che si vuole espellere si dimostra però inseparabile dall’Io in quanto di origine interna.” [1]
 
 
 
Quindi da un lato mira all’assenza di dolore e dall’altro all’accoglimento del piacere. La vita è molto dolorosa per il soggetto e la sofferenza lo minaccia da tre  parti:
 
1) dal suo stesso corpo, il quale è costretto a deperirsi, quindi il soggetto è consapevole della sua precarietà.
 
2) dal mondo esterno che ci può distruggere
 
3) dalle relazioni con gli uomini, quindi dal confronto, dalla paura della differenza, dallo scontro.
 
Quindi la volontaria solitudine, il distaccarsi dagli altri, sono il riparo più immediato contro il tormento che  possono arrecare le relazioni umane. contro il temuto mondo esterno il soggetto non può difendersi in altro modo se non stornandosene in qualche modo. Così il mondo è causa di grave sofferenza quando lo fa stentare, quando ricusa  di saziare i suoi bisogni, come il soddisfacimento pulsionale che può farlo arrivare alla felicità. Agendo quindi su tali moti pulsionali si può sperare che il soggetto si liberi di tale sofferenza.
 
“[…]Una pulsione, d’altra parte, non opera mai come una forza che dà un impatto momentaneo, ma costituisce sempre una forza costante. Per di più, dal momento che una pulsione opera dall’interno dell’organismo e non dall’esterno, non ci si può sottrarre ad essa con la fuga. Un termine migliore per identificare uno stimolo pulsionale è quello di “ bisogno”. Ciò che elimina un bisogno è l’”appagamento”, il quale può essere ottenuto solo mediante un appropriato(adeguato) mutamento della fonte interna della stimolazione.” [2]
 
Questo metodo fallisce nel momento in cui è il corpo la fonte della sofferenza. Il soggetto quindi si rende così indipendente dal mondo esterno, cercando  il suo soddisfacimento in processi psichici interni come le illusioni. Esse vengono riconosciute come tali e non turbate nel godimento dal divario che le separa dalla realtà. Si può quindi parlare di una vera e propria vita fantastica. La vita onirica ad esempio è vita illusoria in cui il soggetto si perde, si rifugia come meccanismo di difesa, di repulsione alle sofferenze ,cercando un appagamento reale di felicità.
Al contrario il soggetto può non abbandonandosi ad altri tipi di realtà ma semplicemente guardare alla realtà come unica nemica poiché non ci appaga completamente, vedendola quindi come fonte di male e non solo come contenitore delle disgrazie dell’uomo. In questa realtà il soggetto non può vivere e quindi se vuole essere felice deve troncare ogni tipo di rapporto con esso.
Al tempo stesso l’io può volerlo trasformare costruendone al suo posto un altro le cui caratteristiche più intollerabili siano eliminate e sostituite da altre conformi ai suoi desideri.
 
“ [il soggetto]scorge nella realtà l’unico nemico quello che è la fonte di ogni male, quello con cui è impossibile vivere, con cui occorre quindi troncare tutti i rapporti, se in qualche modo si vuol essere felici. L’eremita volta le spalle a questo mondo , non vuole avere nulla a che fare con esso. Ma si può fare di più, si può volerlo[il mondo] trasformare, costruendone al suo posto un altro in cui le caratteristiche più intollerabili risultino eliminate e sostituite da altre conformi ai nostri desideri.” [3]
 
Il programma imposto dal principio di piacere conferma proprio questo: il diventare felici non può essere adempiuto , tuttavia non possiamo desistere dagli sforzi di approssimare l’adempimento. Non si può avere tutto ciò che si desidera , la felicità dipende dalla libido di ognuno di noi. Quindi tutto ciò dipende da quanto reale soddisfacimento il soggetto possa aspettarsi dal mondo esterno , fino a che punto è disposto a  rendersi indipendente da esso e infine quanta forza crede di avere per modificarlo secondo i propri desideri.
 
 
 
 

Il disagio della civiltà

 
Freud ritiene che la civiltà sia una tappa necessaria nel divenire dell’umanità, ma che essa comporti un certo grado di infelicità. Essa infatti porta l’uomo ad inibire molti desideri e pulsioni e a rinunciare al soddisfacimento di molte esigenze, a meno che non possa deviare verso delle mete socialmente e moralmente accettabili, come ad esempio la sublimazione. Le ragioni che inducono la società a reprimere la libido sono chiare: da un lato deve neutralizzare una forza che opera in modo individualistico e amorale, come per esempio il principio di piacere ed il costituirsi del mondo piacevole del soggetto, puramente individuale, minando quindi i presupposti stessi della convivenza civile; dall’altro la società non può fare a meno delle forze e dell’energia dei suoi membri e dunque deve obbligare ciascuno di essi ad investire l’energia lubidica in prestazioni di tipo socialmente accettabile. Vi è quindi la necessità di reprimere gli istinti distruttivi e la civiltà lo fa attraverso norme, divieti, metodi educativi. Però visto che è necessario il dominio del SuperIo (cioè la censura mentale) sull’Es (luogo della mente dove sono racchiuse gli istinti) allora un certo grado di infelicità di sofferenze è connesso con la civiltà.
 L’uomo non può vivere senza la civiltà ma nella civiltà non può vivere mai del tutto felice. L’uomo potrà trovare, tra le pressioni delle varie pulsioni e la necessità di costringerle soltanto una tregua mai la serenità completa.
 
“[…][l’incivilimento] Aggiungiamo che si tratta di un processo al servizio dell’Eros, che mira a raccogliere prima individui sporadici, poi famiglie, poi stirpi, popoli, nazioni, in una grande unità: il genere umano. Perché ciò debba accadere non lo sappiamo, è appunto opera dell’Eros. Queste moltitudini devono essere legate l’una all’altra libidicamente; la necessità sola, i vantaggi del lavoro in comune non le terrebbero insieme, ma a questo programma della civiltà si oppone la naturale pulsione aggressiva dell’uomo, l’ostilità di ciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno. Questa pulsione aggressiva è figlia e massima rappresentante della pulsione di morte, che abbiamo trovato accanto all’Eros e che ne condivide il dominio sul mondo. Ed ora, mi sembra, il significato dell’evoluzione civile non è più oscuro. Indica la lotta tra Eros e Morte, tra pulsione di vita e pulsione di distruzione, come si attua nella specie umana. Questa lotta è il contenuto essenziale della vita e perciò l’evoluzione civile può definirsi in breve come la lotta per la vita della specie umana.” [4]
 
Quindi in primo luogo il concetto della vita umana ,individuale e sociale, come costituita da un conflitto immanente  che può trovare soluzioni o equilibri solo parziali ,è l’antitesi della concezione classica secondo la quale l’anima e quindi la società umana sono sistemi di potenze destinate a cooperare insieme e scambievolmente e il cui conflitto è un’eccezione insignificante; in secondo luogo l’uomo come individuo con pulsioni specifica il carattere terrestre dell’individuo; in terzo luogo il riconoscimento dell’azione che la società esercita sull’uomo attraverso la cristalizzazione del super io equivale al riconoscimento dell’aspetto sociale della personalità umana.   
 
 
 
 

Il conscio e l’inconscio: le pulsioni e l’autoconservazione del soggetto

 
Il disagio, la sofferenza e il distacco dal mondo e la conseguente alienazione del soggetto deriva da cause prevalentemente inconsce e dalle pulsioni insite nell’uomo, quelle stesse che la civiltà costringe per mezzo di regole e metodi educativi.
Innanzitutto per spiegare questi fenomeni psichici quali sono le pulsioni bisogna tenere conto di un livello conscio e di un livello inconscio ed attribuire a quest’ultimo un’azione causale sul primo. I comportamenti umani hanno la loro collocazione più che nella coscienza nella profondità dell’inconscio. Distinguiamo quindi l’inconscio come forza attiva dotata i proprie finalità e operante con una propria logica diversa dalla logica della vita cosciente; il preconscio che comprende l’insieme dei ricordi ,rappresentazioni, desideri; il conscio che si identifica come la nostra attività diurna e consapevole.
In sede inconscia sorgono le pulsioni. In tedesco Treb, un processo psichico dinamico.
Si distinguono in pulsioni sessuali e le pulsioni dell’io, mentre queste ultime tendono all’auto conservazione del soggetto, quindi il suo inserimento nella società e al suo inserimento entro il tessuto sociale  in nome del principio di realtà, le prime tendono al godimento corporeo individuale, in nome del principio di piacere.
Le pulsioni sessuali a loro volta si distinguono in pulsioni d’amore (eros) e pulsioni di morte (thanatos).
 
Le pulsioni amorose sono un complesso di tre polarità:
 
1) soggetto (io) – oggetto (mondo esterno)
2) piacere-dispiacere
3) attivo - passivo
 
l’antitesi soggetto oggetto è imposta dall’organismo dell’individuo. Tale antitesi rimane sovrana nella nostra mente soprattutto e crea alla ricerca la situazione che non potrà mai arrivare a modificare.
La polarità piacere-dispiacere collegata ad una scala di sensazioni che viene definita dalla nostra volontà. La polarità attivo passivo :il rapporto tra l’io e il mondo esterno e passivo in quanto il primo riceve stimoli dal secondo e attivo quando quello reagisce a questi. L’io è spinto dalle pulsioni a svolgere un’attività verso il mondo esterno, quindi possiamo dire che l’io soggetto è passivo verso gli stimoli esterni ma attivo verso le proprie pulsioni.
Le pulsioni di morte invece ,al contrario di quella amorosa è una tendenza distruttiva inerente alla vita del soggetto. Il soggetto scarica totalmente le sue pulsioni nella vita ,ossia attua un principio di morte. Quando le pulsioni distruttive sono rivolte verso l’interno della persona, esse tendono all’autodistruzione; quando sono esterne, tendono alla distruzione.
 
 
 
 

La libido: Freud e Schopenhauer

 
Freud individua nell’uomo un istinto di natura generalmente sessuale, detto libido che tende indiscriminatamente al piacere e che entra in conflitto con i divieti, le proibizioni le censure della vita sociale. Il conflitto è l’unico protagonista della vita individuale.
La libido è a-razionale e amorale, come la Volontà di Schopenhauer essa si sottrae allo spazio al tempo e alla causalità ed è quindi unica in tutti gli esseri. Poiché si sottrae alla causalità, come le libido, agisce in un modo assolutamente libero, e quindi è irrazionale e cieca.
Di questa schiavitù l’uomo può liberarsi attraverso l’elevazione dell’arte, chiamata da Freud sublimazione.
Nel riconoscere la libido-volontà l’uomo capisce che la vita è dolore e che la volontà di vita è la causa del dolore: volere significa desiderare, e il desiderio implica l’assenza di ciò che si desidera. Desiderio è quindi mancanza, dolore. Il piacere significherebbe l’assenza di dolore. Dall’appagamento del desiderio e del bisogno scaturisce un nuovo desiderio senza che l’appagamento abbia mai un carattere definitivo o positivo. La volontà produce e mantiene la vita ma insieme alimenta il conflitto e la sofferenza. La vita dell’uomo, perciò, oscilla tra il dolore, prodotto dalla mancanza, e la noia, prodotta dall’inseguimento di qualche appagamento effimero.
 
 
 


[1] SIGMUND FREUD, Il disagio della civiltà,1929,p.202,cap.1
[2] SIGMUND FREUD, Pulsioni e le loro vicissitudini,1915,p.817
[3] SIGMUND FREUD, Il disagio della civiltà,p..216,cap2
[4] SIGMUND FREUD, Il disagio della civiltà ,p. 257,cap.6