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INTERVENTO DELLA PROF.SSA Anna PAGNINI

Lezione ed intervista avvenuta l’11/12/2001 nell'aula

della classe 5 liceale sez. AC del Liceo " G.Chiabrera " di Savona

 

Il mondo arabo islamico ieri ed oggi:

la conoscenza come via alla convivenza possibile

 

PROF.SSA PAGNINI: Sono contenta di poter intervenire all’interno di un progetto di studio sul Vicino Oriente che è iniziato in tempi “non sospetti”, iniziato cioè prima di quel 11 settembre che ha, ancora una volta, risvegliato l’interesse dei media sul mondo arabo islamico solo dopo fatti clamorosi e tragici, come ai tempi della guerra del Golfo. Il mondo e la cultura arabo islamica sono oggi sempre più vicini e presenti nella nostra società e questo ci obbliga ad una necessità di riflessione e conoscenza del mondo arabo islamico che non siano solo occasionali.

Sull’onda dei fatti terribili dell’11 settembre, tante sono state le domande, tanti sono stati anche i giudizi avventati che sono stati dati sulla cultura islamica e, in particolare, sull’Islam come religione. All’indomani degli attentati alle Torri gemelle, ad esempio, è uscito un articolo di G. Baget Bozzo dal titolo: “Ecco la vera natura dell’Islam”. Non è nella natura dell’Islam la violenza, come non lo è nella natura dell’Ebraismo o del Cristianesimo, anche se, nel nome di grandi religioni sono stati compiuti nel corso della storia dei fatti assolutamente deprecabili, terribili e sanguinari. Questa affermazione non è fatta per mettere tutte le religioni sullo stesso piano, per confondere ed appianare le differenze, ma per avvertire del pericolo di usare relazioni di causa ed effetto che sono grossolanamente incongruenti ed ingiuste e non rendono conto della complessità.

C’è un nodo, nella religione e nella cultura islamica, che dà più adito degli altri a questa interpretazione dell’Islam come “religione violenta” ed è, nello specifico, la non separazione tra la sfera religiosa e la sfera sociale e politica. L’Islam infatti si è proposto come una religione che si rivolge e coinvolge l’uomo nella sua integrità, non separando la sfera della spiritualità dalla sfera della attività materiale, e quindi anche politica. In particolare, l’Islam ha vissuto una vicenda storica tale che ne ha evidenziato la componente della organizzazione sociale sin dai suoi inizi. Muhammad il Profeta dell’Islam, che noi chiamiamo Maometto, è stato anche un organizzatore sociale, un capo, che ha avuto responsabilità di governo della piccola società di Medina, dove era stato chiamato per dirimere dei conflitti tribali e si è trovato, da subito, a dover fare il politico.

Ma quale è la relazione tra Muhammad e l’Islam? Muhammad non è l’ideatore dell’Islam, non ha scritto il Corano, ma lo ha ricevuto come Rivelazione. E’ considerato dai musulmani un inviato da Dio, un  portavoce di Dio, intermediario fra la voce divina e l’uomo. E’ quindi un puro intermediario, che, però, all’interno della piccola comunità che si è trovato a dirigere e, successivamente, del mondo islamico, ha ricoperto comunque la funzione dell’uomo incaricato da Dio di diffondere, inizialmente, un messaggio spirituale, e poi anche un messaggio sociale. Non è assolutamente il creatore del Corano, però ha avuto anche una funzione di legislatore, cioè ha interpretato, ha filtrato, in qualche modo, la parola divina. La  sua funzione non è stata dunque solo quella di ‘microfono’ della Voce, ma anche di figura esemplare. Il suo comportamento, il suo atteggiamento, le sue parole, indipendentemente da quelle coraniche, sono diventate la base di tutta la legislazione islamica. Quindi, la shari‘a, cioè la legge islamica, è basata sì sul Corano, ma anche sulla sunna, che è l’insieme dei detti, dei comportamenti, e dei fatti del Profeta e dei suoi compagni. Questi comportamenti sono poi diventati la norma per il comportamento comunitario. Quindi, troviamo nell’Islam un impasto  di spiritualità e di amministrazione, di vita sociale; l’Islam è una religione che, per gli occidentali sconfina molto nella attività di gestione della società, e quindi nella politica.

Il fatto che nell’Islam ci sia, già dall’inizio della sua storia, questa forte impronta di regolamentazione sociale ha fatto sì che si imputasse, e si imputi tutt’oggi, all’Islam il diretto intervento nella vita politica e nella vita economica. Dopo i fatti dell’11 settembre, l’Islam è stato accusato di essere alla base, o comunque di avere accolto nel suo seno, i presupposti della devianza politica del terrorismo. Come potete capire il passo è un po’ troppo lungo. Se solo l’Islam fosse alla base della intransigenza e della devianza terrorista  non si capirebbe e non si potrebbe spiegare il grande contributo di questo stesso Islam alla civiltà umana nei termini della grande cultura che ha saputo creare nel corso dei secoli; l’Islam ha prodotto, nei secoli del suo apogeo, una cultura splendida, ricca e originale, che ha saputo accogliere e fecondare l’eredità di grandi civiltà ben più antiche su cui l’elemento arabo si è imposto con le conquiste islamiche, cioè, nello specifico, la cultura greca e bizantina e la cultura indo-persiana. L’Islam ha patrocinato una grandissima cultura, che era una cultura vincente, forte,  perché ha saputo accogliere (con un’apertura e una tolleranza che nulla hanno a che fare con  l’intransigenza integralista) senza schiacciarle, le culture che di fatto aveva conquistato, e le ha fuse con il catalizzatore islamico che, di cultura, ne ha creata una nuova. Ci sono stati secoli di grande fermento culturale, di raffinata e copiosa produzione artistica, filosofica, scientifica, letteraria, linguistica, giuridica, storiografica e altro. Circostanze storiche e politiche hanno fatto seguire a questa vera e propria esplosione culturale un lungo periodo considerato di “decadenza”  (iniziato all’incirca nel XIV sec.), da cui il mondo arabo si è risvegliato, nell’800, con la nahda, la rinascita. La nahda fu un movimento politico, culturale e sociale che si alimentò anche degli ideali di libertà portati dal contatto con l’Occidente, si data l’inizio di questo periodo infatti con la spedizione di Napoleone in Egitto. Senonché questo incontro con la civiltà occidentale, oltre ad aver portato in Oriente nuovi e importanti stimoli culturali e ideologici, è stato marcato da grandi conflitti e da rapporti di dominio, quali quelli del periodo coloniale e post coloniale. Il processo di liberazione e di indipendenza dalla colonizzazione europea ha segnato un notevole periodo di crescita e maturazione per i nuovi stati nazione arabi. La cultura occidentale è però entrata definitivamente nella società arabo islamica ponendosi sempre più come un modello alternativo a quello tradizionale. Questo accade oggi più che mai, suscitando sentimenti contrastanti di ammirazione e di rigetto ad un tempo. La forza culturale dell’occidente ha in oriente un volto di stimolo e un volto di minaccia. In condizioni di debolezza, la forza dell’Occidente è vista come un pericolo per l’identità del mondo islamico che identifica nella propria religione (che ne ha plasmato così profondamente l’identità culturale) un appiglio per la diversità, per la possibilità di esistenza autonoma.

L’ identità religiosa viene in questo modo estremizzata nel suo lato politico ed utilizzata appunto come mezzo di contrapposizione all’occidente, degenerando in una funzione politica  che è di pura opposizione, cosa che non è né nelle sue radici storiche, né nelle sue radici ideologiche.

 

Ma quando e come si è affermato l’Islam? L’avvento dell’Islam si situa cronologicamente nel VII secolo d.C. e gli Arabi sono stati la prima popolazione all’interno della quale l’Islam ha attecchito. La figura centrale, intorno alla quale ruota l’Islam, è quella di Muhammad. Egli era arabo, meccano, ed ebbe le prime rivelazioni in una grotta vicino a Mecca, sul monte Hira, dove egli si ritirava per periodi di meditazione. Le rivelazioni divine e il nuovo messaggio procurò a Muhammad molti nemici nella sua città, perché il messaggio coranico minava le basi della supremazia delle varie famiglie potenti meccane, Muhammad fu così costretto a fuggire da Mecca a Medina (la data della sua emigrazione, égira o higra, segna l’inizio del calendario islamico). Il suo incontro con gli Ebrei di Medina non fu positivo, anche se, in un primo momento, Muhammad cercò di stabilire con essi un’intesa. Egli li riteneva dei naturali alleati, pensando di poter essere riconosciuto come Profeta di un unico messaggio monoteista, ma gli Ebrei non accettarono questo nuovo Profeta, né il suo messaggio, e anzi cercarono di indebolire il suo seguito. Da ciò nacque immediatamente un’incompatibilità, che porterà all’espulsione degli Ebrei da Medina.

Abbiamo detto che Muhammad, il Profeta dell’Islam, era arabo di Mecca, e il Corano, il testo sacro dei musulmani, è stato rivelato a lui in lingua araba. Questo è il motivo per cui su questa lingua gravano tutta una serie di dogmi di perfezione e di bellezza, che derivano proprio dal fatto che la lingua araba è, per i musulmani, la lingua con cui Dio ha parlato agli uomini. ‘Corano’ significa ‘recitazione’, è la dettatura della parola di Dio, è la rivelazione di Dio all’uomo. Per i musulmani Dio si è fatto Parola, ha parlato in “lingua araba chiara” e questa Parola poi è stata fissata su un libro. Ogni buon musulmano infatti dovrebbe conoscere l’arabo per avere accesso al Corano. Ma ‘musulmano’ non vuol dire ‘arabo’ e il dominio islamico ben presto arrivò ad imporsi su popolazioni non arabe.

All’inizio l’Islam è stato, in realtà, una religione panaraba, ma già dai primi momenti delle conquiste, cioè quando si è trovato ad imporsi su popoli diversi, come i Persiani, i Bizantini e i Berberi nel Nord Africa, si è posto come religione universalistica e la componente araba è stata subito superata da quella islamica. Infatti, la sede del Califfato è passata, con gli Omayyadi, dalla Mecca a Damasco, e con la dinastia degli Abbasidi, iniziata nel secolo VIII, si è spostata a Baghdad, più verso la Mesopotamia. Quindi, la componente araba, nell’impero islamico, è stata da quasi subito minoritaria e oggi questo è ancora più vero, nel senso che la maggior parte dei musulmani non vive nei paesi arabi.

‘Arabo’ è una qualificazione linguistica, mentre ‘musulmano’ è una qualificazione religiosa, le due categorie non coincidono anche se in parte si sovrappongono, nel senso che gran parte degli Arabi oggi sono musulmani, ma esistono arabi non musulmani e viceversa.

Del Corano sono state ammesse delle ‘interpretazioni’ che però non possono essere definite ‘traduzioni’. Il Corano è intraducibile non soltanto per questo dogma della lingua perfetta, della lingua che Dio ha usato, ma anche per il fatto che è una composizione fortemente intrisa di sonorità.  Il valore aggiunto (rispetto alla sostanza) della bellezza formale del Corano è difficilmente spiegabile a chi non conosce l’arabo e, dal punto di vista letterario, si innesta sulla base estetica della poesia pre-islamica. Tale poesia, di nascita, natura e fruizione orale, poggiava la sua eccellenza su valori formali rigidi ed elaboratissimi che la rendevano ‘parola memorabile’, in grado di essere ricordata, trasmessa di generazione in generazione, di valicare il tempo. L’effetto che la parola poetica aveva sul suo uditorio era vicina all’incantamento e la stessa recitazione poetica era una sorta di esperienza emozionale collettiva e aveva un carattere rituale. Il poeta era considerato, nel periodo pre-islamico, un sensitivo, era chiamato  “majnun”, cioè ‘quello preso dal demone’; era considerato avere una relazione privilegiata con le potenze non umane. Nei paesi arabi, ancora oggi, c’è un grande fascino della parola recitata; ci sono  festival di poesia che riscuotono un grande successo di pubblico. Gli Arabi si definiscono proprio sulla base della loro identità linguistica. Il potere di incantamento della parola poetica in ambito pre-islamico  era dovuto in parte all’ambiente di cultura e tradizione orale, all’interno del quale la parola conservava intatto il suo aspetto di ‘creazione’, e in parte alla struttura dell’Arabo stesso che prevede un alto tasso di ripetizione sonora, data dalla regolarità e uniformità negli schemi di formazione di parola. Perciò ci sono tantissime parole che hanno la stessa forma vocalica, differenziate solo dalla sostanza consonantica.

Il Corano, pur non avendo forma poetica, mantiene tutti gli echi di questa estetica, tanto che Muhammad dovette difendersi dalla possibilità di essere scambiato per un poeta, per un invasato. Il Corano inoltre è stato, nella sua prima trasmissione, solo orale. La tradizione dice che il Corano venne fissato per iscritto già sotto il primo califfo che succedette a Muhammad, Abu Bakr. Una redazione definitiva venne fatta sotto il terzo califfo, ‘Uthman, e quindi una ventina d’anni dopo la morte di Muhammad. Secondo la tradizione  pare che anche quando Muhammad era ancora in vita alcune parti siano state scritte su materiale vario.

MANUTI GAETANO : Dunque abbiamo una sola versione del Corano?

PROF.SSA PAGNINI: Sì, ne abbiamo una sola versione. Inizialmente esisteva più di una raccolta delle rivelazioni coraniche, di cui abbiamo ancora testimonianza, ma la redazione definitiva di ‘Uthman intendeva proprio annullare le possibili varianti e stabilire un testo canonico, che è quello che abbiamo oggi, egli infatti ordinò la distruzione delle raccolte precedenti.

Tutta la filologia araba, la lessicografia, la grammatica, la fonetica e le altre scienze che vertono sulla lingua sono nate per l’esegesi coranica.

Nel primo periodo islamico, quando nacque per la prima volta l’esigenza di insegnare l’Arabo ai non Arabi, furono scritte le prime grammatiche e le più importanti sono state scritte da non Arabi, in particolare da Persiani.             

Nei primi secoli dell’Islam inizia infatti un grandioso movimento di raccolta e fissazione per iscritto delle testimonianze linguistiche provenienti dalla tradizione orale araba antica, proprio per queste esigenze di descrizione e studio della lingua araba ‘pura’. Si iniziò così a raccogliere i testi poetici pre-islamici, i quali, oltre a formare l’identità culturale degli Arabi, rappresentavano anche un patrimonio inesauribile di accezioni linguistiche, magari arcaiche e non più produttive.

Si trattava non soltanto di un grande patrimonio culturale estremamente utile per gli studi dell’esegesi coranica, ma anche di un mezzo di cui si servirono gli Arabi  per difendere una propria identità rispetto alle altre componenti etniche del califfato islamico che rivendicavano la supremazia culturale, come quella persiana.

La raccolta dei dati ebbe varie fasi e vide svilupparsi gradualmente un metodo di verifica della autenticità dei dati raccolti. Altrettanto accadde per la raccolta degli hadith, i detti e i fatti del Profeta e dei suoi compagni, aneddoti e comportamenti, decisioni su questioni pratiche che costituirono il modello e la base della giurisprudenza islamica. Vista la loro importanza, fu necessario raccogliere non solo i testi, ma registrare anche il  processo della loro trasmissione, cioè: chi li aveva sentiti riportare da chi. Ogni hadith è composto di due parti: la prima è la ‘catena dei trasmettitori’ cha appunto ne autentica la credibilità, e la seconda parte è il testo vero e proprio. Gli hadith vennero infatti divisi in classi: vi sono quelli più credibili perché maggiormente garantiti e quelli più importanti perché riferentesi al Profeta  o a personaggi di particolare importanza. Più i trasmettitori erano conosciuti, nella loro funzione e nella loro moralità, più ovviamente i testi erano credibili. Questo portò a vastissimi studi,  raccolte e dizionari di personaggi, in cui troviamo notizie sulla loro vita, il loro comportamento, e tutti quei dati che possono fornire una base di giudizio sull’autenticità dei testi trasmessi.

 

Vorrei però tornare al tema delle forme che la tolleranza ha assunto nel mondo arabo islamico medievale e in particolare alla possibilità di convivenza tra le diverse confessioni religiose.

Si è detto prima che l’Islam, in quanto religione e cultura, non è di per sé né violento,  né intollerante. La forte regolamentazione sociale dell’Islam ha implicato una cultura orientata verso la convivenza. L’ebraismo e il cristianesimo sono state considerate, nella tradizione islamica, apparentate all’Islam dalla caratteristica del monoteismo innanzitutto e dal fatto di essere religioni ‘del Libro’  poiché, come l’Islam,  si basano su un testo: la Torah, il Vangelo, il Corano. Sia gli Ebrei che i Cristiani godevano di uno statuto particolare di protezione, la cosiddetta dhimma, che impediva la loro persecuzione (inizialmente erano, tra l’altro, gruppi maggioritari) e riconosceva alla loro religione una certa partecipazione alla Rivelazione autentica. La protezione nei confronti di Cristiani ed Ebrei si traduceva, tra le altre cose, nella assenza di un’imposizione della conversione all’Islam, e garantiva la possibilità di convivenza di confessioni e pratiche religiose differenti. Chi godeva di questo statuto di protezione poteva continuare a praticare la sua religione, il suo culto, ma aveva un’imposizione fiscale. Le conversioni non erano quindi particolarmente incoraggiate perché rappresentavano un calo negli introiti fiscali. La pressione alla conversione però era innanzitutto di tipo sociale. Alle più alte cariche dello Stato, ad esempio, si giungeva se si era musulmani. In alcuni casi, quando un funzionario di stato aspirava alla carica di visir (in arabo wazir, cioè ministro), si convertiva all’Islam proprio per raggiungere più facilmente i vertici.  Ciò non toglie che i cristiani hanno ricoperto nel corso dei secoli cariche molto importanti nell’amministrazione califfale. In periodo abbaside i cristiani nestoriani hanno svolto un grande ruolo di mediazione tra musulmani e cristiani.

Mi piacerebbe, a questo proposito, farvi l’esempio di un testo di cui sto curando la traduzione. Si tratta di un libro di un arcivescovo nestoriano, Elia di Nisibi, che è stato un importante storiografo, un grammatico, un filosofo. Egli ha scritto, tra le altre cose, un testo   intitolato “L’arte di cacciare la tristezza”, datato 1027. E’ un trattato che è stato scritto su richiesta di un visir,  un ministro musulmano. Il vescovo glielo rivolge in qualità di ‘consigliere spirituale’ e di amico. Il rapporto di stima reciproca e di amicizia tra questi due personaggi, entrambi di grande cultura, è emblematico e attestato da un carteggio. Il vescovo scrisse per il visir un libro di “consigli”, un trattato di saggezza su vizi e virtù. Nel testo vengono citate, a testimonianza di quanto si afferma, un elevato numero di massime sapienziali provenienti dalla tradizione greca, indo-persiana, ebraico-biblica, cristiana, musulmana e arabo-beduina. Questo trattato è un testimonianza, un esempio come mille altri, di come le due culture si ponessero assolutamente alla pari. Questo vescovo, appartenente al nestorianesimo, un’eresia cristiana, richiama, in questo libro, una quantità esorbitante di testi islamici, e, fatto che voglio sottolineare, rivela una conoscenza approfondita dei testi classici della tradizione islamica. Molte di queste massime, citate senza la specificazione dell’autore, appartengono ad esempio alla tradizione sapienziale attribuita ad Ali, il genero di Muhammad.

Ci sono molti testi medievali che trattano proprio di questioni filosofiche, o religiose, e che testimoniano di come fossero chiamati a riunirsi, alle varie corti dei principi dell’epoca, personaggi che rappresentavano le diverse religioni, o le diverse culture, e che si trovavano a confrontarsi su diversi argomenti, ad esempio, il bene e il male, la predestinazione e la libera scelta, ecc… Ognuno era chiamato a esporre la sua dottrina, ognuno interloquiva con gli altri con una forte coscienza della propria identità e differenza rispetto all’altro, ma con una libertà esemplare, parlando lo stesso linguaggio e conoscendo la cultura dell’altro. Oggi ciò è difficile da immaginare, almeno da parte di chi non conosce quella cultura e quella produzione letteraria, e oggi un dialogo così paritetico, così onesto e consapevole io purtroppo non lo vedo. Oggi c’è una pressione maggiore: bisogna sempre dimostrare fortemente la propria ragione, la propria identità, la propria appartenenza. Non vorrei essere fraintesa: non che in antico l’identità e la propria appartenenza non fossero sentite come differenti o meno importanti , ma il linguaggio che si parlava era lo stesso, i testi parlavano allo stesso modo. Questo non per negare le differenze e le divergenze che c’erano:  tutto il medioevo arabo letterario è pieno di trattati che difendono il cristianesimo e che criticano l’Islam e viceversa, però in modo molto puntuale, e soprattutto questo era fatto con una grande conoscenza dell’altro. La difesa della propria identità da un lato non era forse così impellente o se lo era avveniva su una base paritetica, e non su una base di disparità, di disprezzo dell’altro, o comunque di pregiudizio.

Nel rapporto tra i cristiani e i musulmani, oggi, a mio avviso, il pericolo è duplice e opposto: da un lato c’è chi si contrappone e basta, e dall’altro c’è chi vuole dimostrare che, più o meno, le due religioni dicono le stesse cose, sono quasi uguali. Non è confondendo, ma è distinguendo, e perciò conoscendo, che si può arrivare, io credo, al rispetto; non bisogna necessariamente comprendere l’altro fino in fondo, accettare quello che dice, ma l’importante è l’atteggiamento paritetico, io credo, che questo sia alla base della convivenza possibile, del dialogo possibile. Ed è per questo che penso sia assolutamente fondamentale anche per noi, cristiani e occidentali, conoscere il mondo arabo e il mondo islamico, nella sua ricchezza, non per convertirsi o per combatterlo (come avveniva durante il colonialismo, dove ad es. si è studiato molto l’arabo per poter dominare meglio gli Arabi), ma per arrivare ad una convivenza senza pregiudizi.

La convivenza non è il mettersi d’accordo sui dogmi, perché sui dogmi non ci può essere accordo, nel senso che, se i cristiani dicono che Gesù è figlio di Dio e l’Islam dice che Gesù è l’ultimo profeta prima di Muhammad, la differenza c’è e resterà da qui all’eternità. La convivenza è nella quotidianità della vita comune.

 

 

A questo punto, aspetto le vostre domande.

LOMBARDI CHIARA: Volevo chiederle qual è il punto in cui c’è stata proprio una divisione netta tra la cultura occidentale e l’Islam, e anche da cosa è nato il fatto che l’Occidente si senta superiore all’Oriente, e viceversa.

PROF.SSA PAGNINI: Le tappe della contrapposizione storica tra l’occidente e l’islam sono molte; l’Islam è anche stato parte attiva nella costruzione della identità occidentale (pensiamo alle crociate, alla reconquista della Spagna e della Andalusia). Per quel che ci riguarda più da vicino io partirei dalla realtà della supremazia economico-tecnologica, perché quando l’Impero islamico era un impero fiorente, dal punto di vista non solo culturale, ma anche economico, i rapporti potevano essere più paritetici, per quanto conflittuali, ma nel momento in cui c’è stato  un forte sbilanciamento di questi parametri, si è imposto un senso di superiorità. Il colonialismo è stato il punto in cui questo si è evidenziato maggiormente; cioè, i paesi arabi sono stati conquistati, asserviti e dominati dalle potenze occidentali e questo mi pare il punto di rottura più tragico, oltre che più recente. Vi consiglio un famoso libro di Edward Said, “Orientalismo”,  e il libro di Maxime Rodinson: Il fascino dell’islam (in cui questo storico francese parla di tutto il percorso di incontro e scontro tra la cultura occidentale e il mondo arabo-islamico. Ha rappresentato un polo di attrazione notevole, per cui i rapporti sono sempre stati duplici;  sicuramente in certi periodi hanno prevalso rapporti di dominio e in altri, invece, c’era chi guardava all’Islam, ad esempio nel periodo dell’Illuminismo, come a una grande forma culturale, come a un modello).

CIRONE FRANCESCA: Io mi sono occupata del glossario e, nella parte riguardante la gihad, ho trovato che la traduzione più propria è quella di “impegno”, non tanto di guerra santa, ma guerra santa è un termine che gli diamo noi oppure è…

PROF.SSA PAGNINI:   Il termine di guerra santa è stato coniato in occidente. Per essere precisi, i musulmani parlano del gihad grande e del gihad piccolo. Il gihad grande è lo sforzo che ogni musulmano fa su di sé per migliorarsi; il gihad piccolo è la difesa dell’Islam, e quindi anche la guerra.

MANUTI GAETANO:   Ma esistono stati moderati arabi?

PROF.SSA PAGNINI:   Non capisco che cosa si voglia dire con ‘Stati moderati arabi’, mi pare una definizione che dà la stampa occidentale, per nostro comodo, intendendo i Paesi che si sono alleati con gli Stati Uniti durante la Guerra del Golfo, piuttosto che con l’Iraq. Se parliamo invece di democrazia e di rispetto dei diritti umani, mi pare che stati arabi ‘moderati’ non ce ne siano.  Diciamo, ad esempio, che la Siria è uno stato moderato, ma la Siria è uno Stato in cui vige la pena di morte, vengono uccise le persone nelle carceri, la posta è controllata… Spesso si tratta di regimi militari, di fatto dittatoriali. 

MANUTI GAETANO:  Io avevo sentito che esistono paesi arabi che hanno Costituzioni ispirate al modello delle Costituzioni occidentali…

PROF.SSA PAGNINI:  Sì, certo. Le Costituzioni di tanti paesi arabi sono state fatte in parte  sul modello delle Costituzioni occidentali, in particolare di quella francese, per cui è chiaro che ci sono una serie di diritti garantiti, almeno formalmente. 

BRUZZONE ANNA: Noi siamo comunque portati ad analizzare la guerra del Golfo dal nostro punto di vista, ma come l’ hanno vissuta gli Arabi?

PROF.SSA PAGNINI:  Anche in quegli stati che si erano alleati agli Stati Uniti, ritengo che la popolazione non parteggiasse nel cuore per gli Stati Uniti. Il motivo è che c’è un grande senso di comunanza, di fratellanza araba. Dopo che gli Stati Nazione arabi si sono consolidati, cominciano ad esserci maggiori differenze tra stato e stato, ma comunque il sentimento della comunanza rimane molto forte e molto vivo in questi Paesi e quindi non la hanno potuta vivere in un modo positivo. La hanno vissuta come una ennesima “aggressione occidentale”, l’esplicazione della supremazia tecnologica e del potere, in particolare americano.

FERRARESI IOLANDA: La shari’ah, negli stati attuali, viene applicata strettamente secondo i principi del Corano, oppure si fa riferimento anche ad altri principi?                                                                                                                                      

PROF.SSA PAGNINI: Vi sono sostanziali differenze tra stato e stato: per esempio l’Arabia Saudita adotta la shari’ah, in modo particolarmente rigido; mentre in altri Paesi, come l’Egitto, la Siria, la Tunisia,  la costituzione è stata stabilita sulla base , oltre che della legge islamica, e quindi della tradizione, anche delle costituzioni occidentali, in seguito (e in parte anche prima) della colonizzazione europea. L’incontro con la cultura occidentale è stato un momento di grande fioritura culturale, che ha portato il mondo arabo a quella che essi considerano la “rinascita”, poiché oltre all’acquisizione dei principi libertari occidentali, c’è stato un nuovo stimolo di recupero e valutazione della propria tradizione.

Consideriamo inoltre che gli attuali stati arabi, prima dell’arrivo delle potenze occidentali,  erano stati dominio dell’impero ottomano, che in molti casi aveva fortemente oppresso e schiacciato la cultura araba. La lingua araba era stata praticamente abbandonata,  ad esempio era stata proibita nei tribunali.

Senza dubbio quindi gli arabi ne venivano da una situazione di oppressione, e l’arrivo dell’occidente ha dato motivo di una rinascita, di un risveglio.

 

 

 

 

 

 

INTERVENTO DEL PROF. AMNON COHEN

 

Relazione ed intervista avvenuta il 09/12/2001 nell'aula

della classe 5 liceale sez. AC del Liceo " G.Chiabrera " di Savona

 

 

 

 

Devo ammettere che questo tipo d'incontro risulta un po’ insolito per la mia professione di medico, tuttavia ho accettato questo invito molto volentieri soprattutto per sentire la vostra voce... Insomma, non ho nessuna intenzione di parlare da solo. La prima cosa che viene da chiedervi è perché avete scelto proprio l'argomento la Guerra del Golfo dopo 11 anni dall'evento? Perché non altri argomenti più attuali?

Risponde Lombardi: Secondo me la guerra del Golfo era uno di quegli argomenti non ancora trattati doverosamente, però era giusto che comunque ci fosse un approfondimento e quindi ne venissimo a conoscenza perché ancora rilevante e comunque una questione insoluta.

Risponde Manuti: Perché comunque il programma scolastico arriva più o meno sino alla bomba atomica, alla Seconda Guerra Mondiale, senza considerare la storia contemporanea che non viene vista con attenzione.  Visto che, noi abbiamo vissuto la Guerra dei Golfo, come fatto abbastanza contemporaneo, non avremmo potuto tralasciarlo per studiare solo fatti passati.

Faccio una parentesi doverosa, raccontandovi brevemente il mio vissuto, indipendentemente dalla Guerra del Golfo... così riusciamo ad essere almeno sulla stessa "lunghezza d'onda". Sono nato in Israele nel '54.  Sono figlio di due persone nate, vedi caso, in Iraq. Quando avevano diciotto anni, con la costituzione e l'indipendenza dello stato di Israele nel '48, sono fuggiti dall'Iraq lasciandosi tutto quanto alle spalle (proprietà, parenti, amici, cultura etc), con la speranza di poter iniziare una nuova vita, da liberi, nella appena costituita Israele: il nuovo "Stato Ebraico".

In seguito a questa emigrazione di massa, oggi è una rarità trovare una famiglia ebraica in Iraq, come anche in quasi tutti gli altri paesi arabi, che circondano Israele.

Dopo aver frequentato il Liceo scientifico, all'età di diciotto anni, come tutti i ragazzi in Israele, ho iniziato il sevizio militare che, contrariamente a quanto avviene in ltalia, è obbligatorio, e dura tre anni per i ragazzi e due per le ragazze.

Nel corso dei mio servizio militare (dal 1972 al 1975), ho partecipato come soldato alla guerra dei Kippur (1973) facendo parte dei combattimenti contro la Siria e contro l'Egitto. L'atrocità della guerra, la conseguente perdita delle persone care... mi ha fatto maturare l'idea che in qualsiasi conflitto militare non ci sono vincitori... ma solo perdenti!

All'età di 27 anni mi sono laureato presso l'Università di Tel-Aviv.

Durante gli anni dell'Università ho conosciuto una bellissima ragazza (combinazione di Savona!) che poi diventò mia moglie; dopo aver vissuto 5 anni in Israele (dove sono nate le nostre figlie gemelle, Noah ed Erica, studenti della 4^ Liceo Scientifico) abbiamo deciso di trasferirci a Savona dove oggi svolgo la funzione dì Direttore del Reparto di Pediatria dell'Ospedale San Paolo di Savona.  Questa è la mia storia in breve. Chiudo parentesi e continuo...

Voi avevate circa dieci anni e avete vissuto il periodo della Guerra del Golfo da bambini. Cercate di raccontarmi, sempre che questo sia possibile, quali ricordi vi sono rimasti di quel periodo.

Risponde Piccardo: Quando penso alla Guerra dei Golfo il mio pensiero corre subito alle immagini scure illuminate solo dai flash di luce trasmesse dalla televisione.

Piccardo continua: ...e le emozioni, per quel poco che mi ricordo, erano molto sofferte; tale tema era spesso oggetto di discussione tra i miei amici che in quel periodo, frequentavano il liceo.

Manuti interviene: Parlare di sofferenza mi sembra un po' eccessivo in quanto poi queste immagini non ci toccavano personalmente; il termine più adeguato potrebbe essere preoccupazione; si era ormai diffusa la paura dello scoppio di una Terza Guerra Mondiale.

Continua il professor Cohen: Mi hanno molto impressionato le vostre considerazioni sul modo in cui avete vissuto questa guerra. Un periodo di ansia e di paura... qualcuno ha parlato addirittura della Terza Guerra Mondiale.

La mia famiglia, compresa mia sorella, vive attualmente in Israele. Loro vivono costantemente nella paura di eventuali attentati e guerre; Ricordo ancora una foto di mia sorella di quel periodo mentre con suo marito e i suoi tre figli provavano le maschere antigas.  Avete mai provato a utilizzare queste maschere?  Vi assicuro che è una sensazione terribile di soffocamento e di panico (io l'ho provato in quanto fa parte delle esercitazioni militari). Un vero panico per l'adulto... pensate ad un bambino di tre o cinque anni!  Ma ancora più agghiacciante è vedere un neonato di 2 o 3 mesi che dorme sonni tranquilli all'interno di una culla chiusa ermeticamente con un nylon e con dei bocchettoni per proteggerlo dall'eventuale aggressione della guerra biologica. Questo è quella che mi ha colpito, questo è ciò che lascia impresso nella memoria il ricordo di una guerra; questo è solo il ricordo di un uomo, indipendentemente dalle questioni polizia ad esse connesse.

Come avrete ben potuto comprendere quello che mi lega e questa vicenda è sicuramente il mio vissuto che mi permetteva di seguire i diversi avvenimenti attraverso i vari mass-media.

 

Indicando la cartina geografica, posta al fondo dell'aula, il Prof Cohen invita i ragazzi a concentrare la loro attenzione sulla struttura geografica e morfologica del territorio di Israele e.... continua Lo stato di Israele è un piccolo territorio, a sud del Libano, paese arabo governata attualmente dai libanesi con forte discendenza siriana, popolo quest’ultimo che ha un'enorme influenza sulla politica dei paese del Libano.

A Nord-Est troviamo la Siria, a est la Giordania, a sud-ovest l'Egitto con la penisola del Sinai e ad est il Mediterraneo. La Giordania e la Siria separano l'Iraq e Israele, come una sorta di "intercapedine".

Il Prof. Cohen, per poter dare un'idea più precisa della geografia del Medio Oriente, indica il Mar Mediterraneo, l'Iraq, l'Iran, il Kuwait e, infine, il Golfo Persico e continua il suo discorso: Questi sono gli stati più importanti che ci interessano per poter comprendere le possibili motivazioni che hanno portato a questa guerra.

L'unico paese democratico in questa zona tormentata, paragonabile alla Nostra Europa o all'America, è Israele dove la qualità di vita è estremamente elevata grazie all’impegno e ai grossi sacrifici fatti negli anni successivi alla costituzione del paese nel '48. Pensate che i miei genitori sono arrivati in Israele e hanno vissuto per lungo periodo in tende e capanne! Oggi si usano le tende per fare camping, attacchi terroristici permettendo!

Il Dottor Cohen chiede: Siete al corrente di quello che è successo tra Iran e Iraq? Bruzzone risponde: Sì, durante la guerra che ha visto coinvolti questi due paesi, l'Iraq era stato appoggiato dagli Stai Uniti d'America.

Riprende il professore: Sì, ma al di là degli appoggi che gli americani hanno dato, la guerra era diventata uno scontro diretto tra le due grandi potenze Stati Uniti e Russia. Badate bene, con questo non voglio certamente dire che la guerra sia stata scatenata da queste due potenze!

La documentazione storica ci racconta che l'Iraq e il Kuwait, erano stati dominati, prima dagli ottomani passando poi sotto il governo britannico. Furono proprio questi ultimi che crearono una divisione arbitraria dei territorio senza tenere in nessuna considerazione le differenze etniche, politiche, geografiche e, non per ultima, l'enorme ricchezza, il cosiddetto oro nero, che aveva nascosto il sottosuolo del futuro piccolo stato dei Kuwait.

La guerra tra l'Iran e l'Iraq non ha avuto soltanto un rilevante peso a livello dì perdite umane per ambedue le parti ma anche un enorme impegno a livello economico (si tenga presente che l'Iraq spende il 35% del prodotto nazionale in munizioni ed armi) costringendo l'Iraq a chiedere al Kuwait un’ingente quantità di denaro in prestito.  Tale somma però non venne mai restituita con la scusante che quei soldi erano stati "investiti” in una guerra tesa alla sicurezza di tutto il territorio, compreso quello del Kuwait, contro l'aggressore Iran.  A complicare ancor più la situazione fu l'aumento unilaterale delle vendite di petrolio, oltre i limiti fissati dall' O.P.E.C., da parte del Kuwait e degli Emirati Arabi provocando cosi un ribasso dei prezzo del greggio (solo dopo molte pressioni diplomatiche e militari, Saddam Hussein aveva ottenuto un rialzo dei prezzi).

Ovviamente tutto questo era troppo poco tollerabile per l’Iraq di Saddam Hussein che decise che la situazione migliore fosse semplicemente quella di occupare il Kuwait City con il suo esercito addestrato e conosciuto per la sua destrezza militare (2 Agosto 1990) e di annullare così i suoi debiti verso questo stato. Rimanendo in attesa di una possibile reazione dei mondo intero, schierò le proprie truppe sul confine Saudita che rappresenta un territorio di facile occupazione, nonostante le enormi dimensioni.

Kuwait e Iraq producevano il 20% della prodotto mondiale di petrolio e questo significava avere dalla propria parte di Saddam un'enorme potenza e ricchezza dopo l'invasione dei Kuwait.

Di fronte alla situazione particolarmente complessa i Sauditi chiesero l'aiuto e l'intervento degli Stati Uniti che, preoccupati dall'idea di conquista dell'Arabia Saudita e le ricchezze del suo suolo da parte dell'Iraq, accettarono di intervenire in questo conflitto.

L' O.N.U. condannò l'Iraq e decretò il blocco economico, navate ed aereo di questo paese per impedirgli di esportare il suo petrolio e dì ricevere aiuti e rifornimenti dall'estero e impose anche a Saddam di ritirarsi dal Kuwait autorizzando le forze internazionali a usare le armi per sloggiarlo. Gli Stati Uniti ammassarono in Arabia truppe, navi e aerei raccogliendo un esercito molto potente.

Il 17 gennaio 1991, scaduto l'ultimatum dell' O.N.U., la coalizione internazionale formata intorno agli U.S.A. e O.N.U. attaccò l'Iraq impegnando la più gigantesca battaglia aerea e tecnologica della storia.

Per 38 lunghi giorni, le principali città irachene furono investite senza soste da una tempesta di fuoco, che fece decine di vittime anche fra la popolazione civile.

 

 

Il Dottore si interrompe e rivolge ora una domanda a tutti gli studenti:

Perché, secondo voi, Saddam Hussein ha lanciato dei missili sulle città di Israele?

Avete mai pensato perché quest'uomo politico (ma, permettetemi, non molto diplomatico) abbia deciso di attaccare con i suoi missili il cuore d'Israele, proprio in quel periodo?

In assenza di risposta, il dott.Cohen riprende:

Lo schieramento bellico pro e contro Saddam che si venne a creare era piuttosto strano: la Siria pur essendo un paese islamico estremista si era schierato a favore degli U.S.A., insieme con il mondo arabo e occidentale mentre i Palestinesi (Yasser Arafat), commettendo probabilmente un grave errore dal punto dì vista strategico e di immagine, avevano appoggiato Saddam Hussein. Anche la Giordania forse per la vicinanza all'Iraq si era schierata con quest'ultima.

Israele aveva assunto invece una posizione non attiva, neutrale; ma questo non impedì a Saddam di lanciare i primi missili Scud contro Israele con l'ìntenzione di coinvolgerla forzatamente nella guerra. Il coinvolgimento di Israele avrebbe potuto portare ad una rottura della coalizione anti-Saddam.

Di fronte all'avvenuto attacco (18 Gennaio 1991) Israele decise di trincerarsi e di mantenersi in una posizione di difesa dei propri territori. Il non coinvolgimento di Israele è stato sicuramente un fatto di grande importanza strategica in quanto nel momento in cui da Israele sarebbe partito il primo missile o il primo aereo verso I’Iraq vi sarebbe stata una rottura della coalizioni che si era creata intorno all' O.N.U. e U.S.A. contro gli iracheni.

Il Dottor Cohen si interrompe e domanda: Voi sapete quale esito ha avuto questa guerra? Il 28 Febbraio l'Iraq accettò le condizionì americane per il cessate il fuoco!

 

Vista I’ora, concedetemi di concludere con una raccomandazione: imparate a sviluppare una capacità nei confronti di tutto quello che Vi viene raccontato e trasmesso dai mass-media.  Voi che sarete il futuro della nostra civiltà, coloro che un domani occuperanno le posizioni importanti, imparate a non accettare le notizie così come vi vengono raccontate ma cercate di sviluppare un vostro pensiero critico e analitico informandovi e andando alla ricerca di più fonti, di notizie.

Dobbiamo imparare a superare la rigidità mentale che caratterizza paesi come la Germania e l’America, paesi evoluti ma nello stesso tempo, poco flessibili; l'Italia ha già dato prova di questo superando sterili pregiudizi durante il periodo dello shoà.

 

 

 

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