EDITORIALE N. 3-4 MARZO-APRILE 2009


In questo editoriale mi è caro riprendere uno dei moltissimi scritti di Laurana Lajolo. Un contributo di ricerca intorno agli strumenti del racconto di fine anni Novanta.
Le riflessioni che Laurana Lajolo pone sono attuali e mettono in evidenza nodi e problemi dell’importanza dei linguaggi che denominerei al plurale.
Senza dubbio è importante partire dalla tradizione classica per affrontare i temi della contemporaneità, ma l’operazione didattica deve orientarsi pur sempre verso la comprensione del presente attraverso un filo conduttore che la memoria deve sempre viva.
Mi ritornano alla mente le importanti indicazioni cariche di interrogativi che animavano Antonio Labriola: “Quale è il mezzo pratico per misurare la nostra cultura storica? Eccolo, è semplicissimo: la nostra capacità d'intendere il presente. Recatevi nelle mani i giornali dell'ultima quindicina. Abbiate sott'occhi un passabile atlante geografico. Fate di aver libero maneggio delle ovvie cronache annuali riassuntive. Capite l'ultima notizia? [...] E di quanto bisogna retrocedere e di quanto bisogna addentrarsi per risolvere i fatti politici attuali nei momenti e nei moventi,di remota preparazione quelli e di intima impulsione questi?" [A. Labriola, Scritti filosofici e politici, Torino, Einaudi, 1973, vol.II, pp.822-23]
Laurana Lajolo, con le sue riflessioni, ci richiama all'esercizio quotidiano della "Memoria" e con tale spirito che anima l'infinita ricerca propongo il seguente passo della scrittrice:
“Oggi il racconto della memoria non è più appannaggio dei singoli testimoni o di gruppi omogenei, ma è sostanzialmente demandata ai media.
Attraverso prodotti culturali di massa, avvengono rievocazioni storiche in relazione per lo più ad anniversari (come per il trentesimo del '68) o per morti illustri (esempio molto significativo è la morte di Lucio Battisti divenuta nostalgia di massa).
Per l'uso pubblico della storia si individuano episodi, presentati in modo emblematico per rifunzionalizzare la memoria alle esigenze contingenti del presente, ma anche quegli episodi sono presentati non come elementi di un flusso storico, ma anch'essi come eventi singoli.
Questi prodotti sono, per definizione, fittizi ed effimeri, perché decontestualizza¬ti dalla complessità del periodo storico, e diventano di fatto non comunicabili, perché presentati come esperienze uniche e irripetibili, quindi non trasferibili ad altri vissuti.
Si tende a forme di autorappresentazione e di autocelebrazione di un avvenimento, escludendo, per le logiche stesse della comunicazione spettacolare di massa, la pluralità delle componenti dei processi storici, che sottendono e caratterizzano lo stesso episodio rappresentato e, di conseguenza, anche le stesse generazioni che non hanno vissuto quell'avvenimento.
Si fanno cioè operazioni estetizzanti della memoria e dell'esperienza, molto diverse dalle procedure critiche della storia.
Ma vi sono anche le operazioni, più o meno intenzionali, per cancellare la memoria: l'oblio indotto da motivazioni politiche, da frustrazioni individuali e di gruppo o da componenti conflittuali della memoria.
Vi è cioè una memoria rimossa di situazioni, che, proprio perché dimenticate, diventano anch'esse qualificanti per spiegare e dare senso alle vite individuali e ai percorsi collettivi. L'assenza di memoria rielaborata lascia spazio all'uso pubblico della storia nel determinare l'interpretazione artificiosa del passato per obiettivi politici del presente, indipendentemente dalle reali ragioni dell'accadimento.
11 recupero dell'autobiografia, come flusso narrato di emozioni, razionalità, esperienze e vissuti, consente, invece, non solo di delineare storie personali quali tessere del mosaico complessivo, ma anche di rintracciare il significato di appartenenza dei soggetti alla storia generale. In questa dimensione diventa importante ricordare anche i diversi linguaggi della vita: corporeo, musicale, letterario, storico, scientifico, che inducano a frammenti di memoria per ricostruire situazioni concrete e frammenti di emozioni e sentimenti.
In particolare, nel lavoro scolastico la pluralità dei linguaggi, da quelli umanistici a quelli scientifici, va tenuta nella dovuta considerazione per comporre un quadro sufficientemente articolato del tessuto connettivo della storia, contaminando discipline diverse (non solo storia, ma sociologia, antropologia, psicologia, ecc.) e operando la cooperazione tra le conoscenze e le metodologie.”


Riccardo Sirello