EDITORIALE N. 11-12 NOVEMBRE-DICEMBRE 2008
Il recente fermento della Scuola è uno de tanti segnali delle mutate condizioni storiche che auspicano una veritabile "armonizzazione fondata su un servizio pubblico europeo educativo ed egualitario".
Non è importante solamente prestare l'attenzione sulla condivisione o meno della predetta prospettiva del servizio pubblico ma è interessante anche orientarsi verso la consapevolezza che il ceto dirigente, da tempo, si sta esprimendo prevalentemente attraverso una lettura della società subordinata al mero dato economico. I recenti provvedimenti intorno alla Scuola la dicono lunga ma in passato la tentazione era già forte ed infine dalla tentazione si era passati al peccato quello di mettere mano, seppur con dolcezza, sui servizi pubblici.
Milioni di studenti, diplomati o meno provenienti dalle scuole statali, sono troppo costosi sul mercato del lavoro. Le Università rilasciano titoli di studio legali riconosciuti dalla convenzione collettiva, dagli statuti della funzione pubblica che debbono garantire regoli comuni ai lavoratori stessi in un medesimo settore di attività ed anche per ciò che concerne la remunerazione, le condizioni di lavoro, la difesa dei diritti ed altre garanzie. Da tempo tale processo si è decisamente incrinato e il ceto dirigente ha dato prova, quasi unanimamente, di essere insofferente dinnanzi a titoli di studio nazionali che limitano di fatto la concorrenza e nella quale si trova il lavoratore dinnanzi al datore di lavoro. Rimettere in causa le regole collettive di qualificazione e degli stessi diplomi, mettere mano sui curriculi impoverendoli nei loro contenuti aperti a mere procedure di sintesi; tutto questo significa essere sempre più subordinati alla mera contabilità dei bilanci
La congiuntura economica che, evidenzia limiti e difetti di un liberismo selvaggio, accelera un processo che ben presto vedrà l'abolizione, chissà,anche dei “titoli legali” a vantaggio di una falsa meritocrazia palesemente spacciata come un mezzo democratico per ripristinare l'efficienza, ma, in verità per eliminare ogni meccanismo di tutela e di regole comuni. Il mondo della scuola pubblica ha fatto proprio, quel modello economico dove i servizi offerti agli utenti sono talvolta esclusivamente a pagamento diseducando l'utenza al rispetto della solidarietà e dell'universalità dei diritti in materia culturale. Le selezioni d'ingresso alle Università ed il rafforzamento dell'Autonomia hanno fatto la parte del leone e sostenuta quasi all'unanimità da tutti i governi, per non parlare degli attuali dirigenti politici. Una vera e propria ubriacatura a favore della “Autonomia scolastica” aperta peraltro al sostegno delle Fondazioni, alla “flessibilità” che coerentemente già rispettava, a suo tempo, la logica di una emancipazione e autodeterminazione di ogni realtà locale.
[…]Il motto d’ordine si è tradotto nella forma di un “autogoverno delle istituzioni scolastiche” che, trasformate in Fondazioni private, saranno gestite in nome della “libertà di scelta educativa delle famiglie” da vere e proprie “lobby di familismo territoriale”, con buona pace della libertà di ricerca e d’insegnamento che è la linfa vitale di ogni processo di formazione in un paese democratico. Il DDL 953- Aprea, al contrario, pur richiamando costantemente la “centralità degli studenti” (che novità pedagogica!) li blinda in una concezione di famiglia-clan, dove ai figli si chiede conformismo ‘in nome del padre’. Ostacolando così quel sano processo educativo di emancipazione culturale e sociale, che passa anche attraverso l’irrinunciabile ruolo dello Stato (art. 3 della Costituzione) per rimuovere gli ostacoli (familiari compresi), perché ciascuno si autodetermini, libero di pensare e scegliere con la propria testa. Insomma di realizzare la propria appartenenza nel pluralismo della cittadinanza.[…] Il riferimento, in corsivo, è tratto da S.O.S. Scuola Statale.
Gli studenti saranno ostaggio dell’indottrinamento del fanatismo territoriale. I docenti, esautorati della libertà d’insegnamento. Di Maria Mantello.
Il DDL Aprea. Periodico Libero Pensiero.
Ma, oggi, è possibile aspirare ad una buona armonizzazione europea? Quando parte dell’Europa stessa è attraversata da una frenesia di "tagli alla istruzione" e per tutto ciò che è pubblico essendo estremamente preoccupata a sanare i buchi di un capitalismo finanziario sull'orlo del baratro?
Le soffocanti norme limitanti alle iscrizioni si rivolgono ad una élite consenziente, mentre, i più intravvedono svanire la possibilità di accedere al mondo della cultura. Di fatto, attraverso l'apparente “filosofia del rigore e della Serietà”si celano profonde insidie, ovvero, ancora una volta, discriminazioni, arroganza e soprattutto, impoverimento.
E’ bene ricordare che la spesa totale per l’istruzione è scesa dal 10,3% del 1990 all’8% del 2007 il che significa che la Scuola e la formazione non sono minimamente considerate come priorità per il paese. Le scelte da tempo sono state praticate con criteri del “tagliare”.
I dati forniti all’opinione pubblica non coincidono con i dati forniti in sede europea;l' Italia ha un docente ogni 11 alunni (e non ogni 9) e i dipendenti sono 1 milione e 128 mila ( e non 1.350.000). L’incremento del tempo pieno attualmente sarà di 5.750 classi , il 17% e non del 50% come si vorrebbe far credere all’opinione pubblica.
Ma è possibile un “dialogo sociale” quando il pensiero politico è caduto in una sorta di “pensiero unico” che ha bisogno di produrre una fittizia e blindata opposizione e dove le stesse Istituzioni si stanno dimostrando obsolete dinnanzi all'incalzare della mondializzazione?
In verità, la chiusura el'insensibilità verso il mondo della scuola nasconde complesse ed insidiose trasformazioni del mondo occidentale. La sfida della stessa mondializzazione, della storia intesa comesenso, ha altri capitoli ben più delicati che implicano una “Costituzione senza Stato” di una “ricostruzione di una nave in mare aperto”.
La comunità mondiale esige nuove regole che non vanno imposte ma ricercate rinnovando gli stessi ambiti concettuali della Sovranità.
La regressione in materia di Kultur è una regressione [ Krisis] di un gigante dai piedi d'argilla è forse l'ultimo "canto del cigno", un "canto lugubre" ma fatto di una sofferenza assai prolungata, di una Europa che ha creduto nel Leviathano, da Bodin a Hobbes, da Rousseau alla "volontà generale", del "pouvoir constituent" e del "pouvoir constituée".
Ma tutto questo richiederebbe ripensamento e soprattutto un “onesto dialogo” ma, nel frattempo, il tempo incalza ed allora è preferibile una filosofia spicciola chiamata: “razionalizzazione” a tutti costi! Un rimedio con un farmaco che questa volta potrebbe produrre una falsa guarigione perchè il veleno somministratopotrebbe colpire mortalmente l'intera società.
Riccardo Sirello